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Cosa significa aver visto: la nuova poesia di Andrés Neuman

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Sigrid Nørgaard
· 3 min di lettura
Cosa significa aver visto: la nuova poesia di Andrés Neuman

Il titolo annuncia un'azione compiuta. Vengo de ver — 'Vengo dall'aver visto.' Non 'sto guardando' né 'ho visto', ma quell'enigmatico tempo grammaticale che tiene il passato all'interno del presente come un oggetto ancora caldo dalle mani di qualcun altro. È un piccolo dettaglio. Andrés Neuman tende a far lavorare molto i propri titoli.

Neuman è uno di quegli scrittori che resiste alle categorie comode. Nato a Buenos Aires, cresciuto a Granada, ha scritto romanzi, racconti, saggi, aforismi e poesia con una fluidità che sembra imbarazzare i confini tra le forme. Vengo de ver, la sua nuova raccolta, è stata descritta in El Cultural come poesia che 'trasforma la crisi attuale in versi, combinando stupore e resistenza'.

In Pequeño hablante, il linguaggio stesso era il territorio. Vengo de ver sembra estendere quella indagine verso l'esterno. Neuman, che in El fin de la lectura ha esplorato i limiti del linguaggio critico, porta a questa raccolta la precisione di chi sa quanto facilmente il linguaggio crolli sotto il proprio peso.

La sua Anatomía sensible percorreva il corpo come se ispezionasse un paese interiore. Vengo de ver si volge verso l'esterno, verso il rumore e il residuo del presente. Lo 'stupore' che menziona El Cultural non è ingenuità: è la condizione di uno scrittore che trova ancora il mondo sorprendente nonostante tutto, e che sospetta che questa capacità di meraviglia sia di per sé una forma di resistenza. Il titolo è un'azione compiuta. La lettura non lo è.

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