Il prezzo di leggere: le biblioteche sfidano i grandi editori sui libri digitali
Ricordo la prima volta che presi in prestito un libro dalla biblioteca pubblica. Avevo dodici anni ed era una raccolta di racconti che mia madre non poteva permettersi di comprare. La bibliotecaria me lo porse con la calma di chi dona qualcosa senza prezzo, e io lo lessi su una panchina del parco, con l'odore della pioggia ancora nell'aria. Non pensavo a licenze né a tariffe. Leggevo, soltanto.
Quel ricordo è tornato questa settimana quando cinque delle principali organizzazioni di biblioteche pubbliche del Nord America hanno pubblicato una lettera congiunta ai Cinque Grandi editori. Il messaggio era chiaro: il modello attuale di licenze digitali è diventato insostenibile. Per molte piccole biblioteche, semplicemente impossibile.
La direttrice Angela Goodrich ha rivelato un dato che sembra fantascienza: alcuni grandi sistemi bibliotecari spendono oggi oltre il 50% del loro budget in licenze digitali — una cifra che quasi non esisteva otto anni fa. Non è che gli e-book siano intrinsecamente costosi. È che gli editori hanno costruito un modello in cui le biblioteche non possono mai possedere nulla. Affittano e ri-affittano l'accesso agli stessi libri che un tempo potevano acquistare una volta sola e prestare per sempre.
Queste organizzazioni non chiedono elemosina. Chiedono di negoziare modelli di uso perpetuo e contratti basati sul numero di prestiti. I Cinque Grandi resistono da anni a cambiare un sistema che li avvantaggia.
In fondo, questo dibattito è sempre lo stesso: chi ha diritto di accedere alla cultura? Solo chi può permettersela? Clarice Lispector scrisse che «leggere non è camminare sulle parole: è una pratica dell'identità.» Se è vero, privare una biblioteca rurale di un accesso equo ai libri digitali non è solo un problema di prezzi. È una decisione su chi merita avere un'identità di lettore. Le biblioteche sono da secoli la risposta democratica a questa domanda. Il mondo digitale non dovrebbe fare eccezione.