Colin Kaepernick racconta finalmente la sua storia
Dieci anni dopo essersi inginocchiato per la prima volta durante l’inno nazionale a una partita di prestagione dei San Francisco 49ers, Colin Kaepernick pubblica un’autobiografia. Il titolo, The Perilous Fight, prende in prestito dall’inno stesso — la canzone contro cui ha protestato. Se questo non è un gesto letterario abbastanza affilato, nient’altro lo è.
Il libro esce il 15 settembre per Legacy Lit, un marchio di Hachette, ed è descritto come «metà memorie, metà manifesto». Kaepernick l’ha annunciato su Instagram: «Ho rinunciato a tutto. E lo rifarei. Il mondo racconta la mia storia da dieci anni. Ora tocca a me.»
L’ultima frase porta il peso reale. Per un decennio, la narrativa di Kaepernick è stata proprietà pubblica contesa. Commentatori ESPN, filosofi di Twitter, documentaristi Netflix e politici da entrambi gli estremi dello spettro americano hanno tutti avuto la loro. È diventato simbolo prima di diventare soggetto.
Il tempismo è istruttivo. Settembre 2026 piazza il libro all’inizio della stagione NFL — massima visibilità e massimo disagio per una lega che lo ha di fatto messo al bando dopo il 2016. Kaepernick non gioca a football professionistico da dieci anni. Le memorie non sono un’offerta di pace.
Dal punto di vista letterario, la questione è la forma. Le migliori autobiografie sportive capiscono che lo sport è un’arte narrativa. L’Open di Andre Agassi resta il gold standard. Che The Perilous Fight raggiunga qualcosa di paragonabile dipenderà dalla capacità di Kaepernick di trovare la storia sotto la causa.
La vita di Kaepernick è straordinaria. Un bambino biraciale adottato da una famiglia bianca. Un quarterback che ha lasciato tutto a ventotto anni. Un uomo diventato il manifestante più riconoscibile dello sport americano senza mai alzare la voce. La storia è già lì. La domanda è se il libro la lascerà respirare.