John of John: Douglas Stuart torna, e la domanda è se il mondo sia pronto
Douglas Stuart ha vinto il Booker nel 2020 con Shuggie Bain — se non l'hai letto, devi qualcosa alla letteratura —, un romanzo su un ragazzo di Glasgow che si prende cura della madre tossicodipendente nella Scozia di Thatcher. Era crudele, era bellissimo, il tipo di libro che ti lascia fisicamente esausto a forza di sentire. Ci ha messo dieci anni a scriverlo. È stato rifiutato 44 volte.
Ora arriva John of John (Grove, maggio 2026). Niente Shuggie. Niente madre. Personaggi diversi, ma con l'intensità specifica di Stuart intatta: la capacità di costruire esseri umani che non sono né eroi né cattivi, solo persone — ferite, amorose, perdute — in circostanze che le superano.
Vale la pena ricordare che Paul Lynch ha vinto il Booker nel 2023 con Il canto del profeta, un romanzo distopico sull'Irlanda che toglie il respiro. Stuart arriva al suo secondo romanzo come uno degli scrittori più osservati del pianeta.
La risposta onesta: nessuno sa ancora davvero. Il libro è appena uscito. Ma quando uno scrittore trascorre dieci anni a costruire un mondo, poi vince il più grande premio della narrativa in lingua inglese, poi si prende altri cinque anni per scrivere il successivo — quello scrittore non sta giocando. Sta lavorando. E questo, in questo ecosistema di libri-in-sei-mesi-o-perdi-il-contratto, è già una dichiarazione d'intenti.