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Cinquant'anni al Bordo del Fumetto: Cosa Fantagraphics ha Capito Bene

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Sigrid Nørgaard
· 2 min di lettura
Cinquant'anni al Bordo del Fumetto: Cosa Fantagraphics ha Capito Bene

Ricordo la prima volta che incontrai un libro di Fantagraphics a Copenaghen, prima che internet rendesse accessibile ogni pubblicazione di nicchia in tutto il mondo. Era una copia di Love and Rockets, dei fratelli Hernández, tra libri d'arte in un negozio specializzato in cose difficili da trovare altrove. Non sapevo allora cosa fosse Fantagraphics. Sapevo solo che il disegno non assomigliava a nulla di ciò che avevo visto prima in un fumetto: denso di sentimento, radicato nella California operaia e in Messico, assolutamente serio con i suoi personaggi senza mai diventare solenne.

Fantagraphics compie cinquant'anni quest'anno. Gary Groth e Michael Catron la fondarono nel 1976, quando, per ammissione dello stesso Groth, il fumetto americano era al “forse il nadir” della sua storia. Avevano una stampante, un fienile, e apparentemente abbastanza convinzione da essere irragionevoli. Kim Thompson si unì nel 1977 e la casa editrice si trasformò gradualmente da rivista critica a uno degli editori più importanti nella storia di una forma d'arte che ancora, in molti ambienti, non viene presa abbastanza sul serio.

Ciò che Fantagraphics comprese — e che al resto del mondo culturale ci volle decenni per capire — è che il fumetto è una forma letteraria. Non una cugina minore della prosa o dell'illustrazione, ma un medium con la sua grammatica propria. Quando pubblicarono edizioni d'archivio di Krazy Kat e Peanuts accanto a Joe Sacco e Dan Clowes, stavano formulando un argomento sulla continuità: che il fumetto, come qualsiasi letteratura seria, ha una tradizione che merita di essere preservata.

C'è una tristezza particolare nell'apprendere che la stabilità finanziaria li ha sempre elusi. Fa pensare a Tove Jansson, che per decenni rifiutò di lasciare che i Moomins diventassero qualcosa di diverso da ciò che intendeva, a un considerevole costo personale. La convinzione di non cedere non è una strategia aziendale. È qualcosa di più strano e ostinato di così.

Cinquant'anni è molto tempo per mantenere una posizione. Ci si chiede come saranno i prossimi cinquanta per un editore che è sempre esistito leggermente al di fuori del riquadro.

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