Il debutto di Jiyoung Han, 'Honey in the Wound': magia e memoria nella Corea occupata
C'è un momento in ogni intervista, se il giornalista sa come aspettarlo, in cui lo scrittore smette di parlare del libro e comincia a parlare di quello che c'è sotto il libro. Nella conversazione di Jiyoung Han con Electric Literature sul suo romanzo d'esordio Honey in the Wound, quel momento arriva quando descrive la particolare difficoltà di scrivere dell'occupazione giapponese della Corea — non il registro storico, che è documentato, ma la texture della vita quotidiana sotto di essa, il modo in cui le persone comuni si sono plasmate per sopravvivere a una circostanza impossibile.
Honey in the Wound è un libro insolito nella sua concezione. Si situa all'intersezione di due tradizioni che raramente convivono comodamente: il romanzo storico, con il suo obbligo verso il passato documentato, e la narrativa del realismo magico, che insiste sul fatto che la verità non è solo empirica. Nel romanzo di Han, il soprannaturale irrompe non come spettacolo ma come una sorta di logica emotiva — la forma visibile di ciò che il trauma fa al tempo e alla memoria. Più vicino alla propria tradizione di Han, Han Kang ha esplorato questo in Atti umani, un romanzo sul massacro di Gwangju del 1980 in cui i morti rimangono presenti come testimoni di ciò che i vivi devono portare.
Mi ritrovo a pensare, quando leggo di libri come questo, a qualcosa che la scrittrice norvegese Tove Jansson ha descritto come il peso che deriva dal sapere di essere un piccolo paese adiacente a uno molto grande, e che la propria storia è stata spesso fatta dalle decisioni di altri. Il rapporto della Corea con il Giappone ha qualche somiglianza con quella sensazione. Ma l'impulso di recuperare quella storia attraverso la finzione — di insistere sulla vita individuale all'interno del grande evento storico — mi sembra riconoscibile in diverse tradizioni letterarie.
Han è una romanziera esordiente, il che significa che Honey in the Wound ha la qualità particolare dei primi libri che riescono: una voce non ancora levigata fino alla sicurezza, una volontà di correre rischi formali perché nessuno ha ancora detto alla scrittrice che non dovrebbe.
La vegetariana è arrivata in traduzione inglese nel 2016 e ha aperto una conversazione più ampia sulla letteratura coreana che da allora non si è chiusa. Questa conversazione continua a crescere. Esordi come questo ne fanno parte.