Il premio O. Henry torna alla repubblica del racconto
Ricordo di aver letto da qualche parte — forse in un’intervista della Paris Review, forse in una nota a piè di pagina — che la scrittrice danese Isak Dinesen descrisse una volta il racconto come «un patto tra lo scrittore e il silenzio». Lo scrittore dice ciò che dev’essere detto; tutto il resto lo fornisce il lettore. L’antologia del premio O. Henry di quest’anno, selezionata da Tommy Orange, si legge come un promemoria del fatto che quel patto tiene ancora.
Orange, che ha ricevuto una borsa MacArthur e la cui narrativa oscilla tra sobrietà e accumulo, ha scelto venti racconti che, come ha osservato la curatrice della serie Jenny Minton Quigley, «corrono rischi e pongono domande sulle comunità in cui viviamo». È un’affermazione tipicamente americana — il presupposto che letteratura e comunità non siano mai distanti — eppure i racconti stessi si estendono ben oltre un singolo territorio.
C’è «Five Bridges» di Colm Tóibín, pubblicato sul New Yorker, uno scrittore la cui prosa attenta, quasi riluttante, mi ha sempre ricordato le devastazioni silenziose di Natalia Ginzburg. Tóibín, a questo punto della carriera, scrive frasi che sembrano arrivare sapendo già dove devono finire. E c’è «Love of My Days» di Louise Erdrich, sempre dal New Yorker — Erdrich, la cui opera ha costruito un paesaggio letterario tanto stratificato e abitato da fantasmi quanto pochi altri nella narrativa contemporanea.
Ciò che più mi colpisce nelle scelte di Orange, tuttavia, non sono i nomi affermati ma l’ampiezza geografica. Tre racconti arrivano in traduzione: «Welcome to the Club» di Samanta Schweblin (tradotto dallo spagnolo da Megan McDowell, nella Yale Review), «She-Bear» di Evgenia Nekrasova (dal russo, nella Kenyon Review) e «Earshot» di Guka Han (dal coreano, su The Dial). Figurano anche «Inês» di João Pedro Vala su The Common e «The Hare» di Ismael Ramos, tradotto da Jacob Rogers. Il racconto, quella forma presuntamente parrocchiale, diventa qui un punto di attraversamento — tra lingue, tradizioni, modi di comprendere il silenzio.
Brandon Taylor contribuisce con «American Realism» su The Atlantic, un titolo che si sospetta non essere del tutto privo di ironia. Weike Wang offre «Case Study», Catherine Lacey propone «The Ghost Coat» su Granta, e Jenny Xie — più nota come poetessa — porta «Stick Season» dalla Sewanee Review. L’elenco resiste a qualsiasi scuola o sensibilità unica. È generoso in questo senso.
In Scandinavia, dove sono cresciuta, la narrativa breve ha sempre occupato uno spazio peculiare — rispettata ma lievemente orfana, intrappolata tra il prestigio del romanzo e l’intensità della poesia. Negli Stati Uniti, il racconto mantiene un peso culturale che può sembrare quasi civico, come se scrivere un buon racconto fosse una forma di servizio pubblico. Il premio O. Henry lo ha rafforzato per oltre un secolo. La curatela di Orange suggerisce qualcosa di leggermente diverso: il racconto non è un tesoro nazionale ma portatile, capace di attraversare confini con la stessa facilità con cui attraversa la pagina.
Venti racconti. Una dozzina di riviste. Almeno cinque lingue. Che tipo di silenzio ci viene chiesto di fornire?