Roberto Saviano assolto per diffamazione: i tribunali riconoscono il suo diritto a scrivere
C'è qualcosa di strano nel procedimento giudiziario che assolve un uomo per cose che ha scritto in un libro. Lo scritto era sempre lì; la domanda era solo se lo Stato avrebbe potuto sostenerlo. Questa settimana, in Italia, lo ha fatto: un tribunale italiano ha assolto Roberto Saviano da accuse di diffamazione, ritenendo che la sua critica costituisse un "legittimo diritto alla critica" tutelato dalla legge.
Saviano vive sotto protezione della polizia dal 2006, quando fu pubblicato Gomorra — un resoconto meticoloso e coraggioso delle operazioni della Camorra a Napoli che funziona sia come giornalismo investigativo sia come romanzo. La Camorra ha messo una taglia sulla sua testa. Saviano aveva ventisei anni quando il libro uscì. Da allora non ha più vissuto liberamente.
Gli anni tra allora e adesso includono altri libri, altri processi, altre minacce di morte e un memoir — Todavía estoy vivo — il cui titolo dice tutto quello che c'è da dire sul costo delle sue scelte. C'è una tradizione nella letteratura italiana di scrittori che hanno scritto in sfida al potere: Pasolini, Sciascia, Calvino nella sua opera più tarda. Saviano appartiene a quella tradizione.
L'assoluzione risponde a una domanda giuridica specifica. Non risponde alla domanda più ampia e scomoda: cosa deve una società a uno scrittore che ha distrutto la propria libertà per documentare qualcosa che il resto preferiva non vedere? La Camorra esiste ancora. Ciò che Saviano ha scritto nel 2006 non è stato reso obsoleto dal passare del tempo o da una sentenza di tribunale.
Forse la risposta più onesta alla notizia di questa settimana non è la celebrazione ma un riconoscimento più silenzioso: che i tribunali hanno raggiunto ciò che i lettori avevano capito vent'anni fa, e che lo spazio tra quei due momenti è riempito dalla particolare texture di una vita non del tutto vissuta.