Una poetessa americana vince il Premio Dylan Thomas — e la domanda che lascia aperta
A marzo, quando è stata annunciata la lista ristretta del Premio Dylan Thomas, è sembrato un promemoria utile — forse non necessario, ma utile — che il premio esiste ancora, seleziona ancora con genuina serietà. E ora, alcune settimane dopo, abbiamo una vincitrice: la poetessa americana Sasha Debevec-McKenney, che porta a casa le £30.000 del premio per la migliore opera letteraria in inglese da un autore under quaranta.
Confesso di conoscere meno il lavoro di Debevec-McKenney di quanto vorrei. Ma forse è in parte questo il punto di un premio come questo. Intitolato a un poeta la cui particolare musica — quella nebbia celtica di vocali, quelle dure consonanti gallesi — rimane intraducibile eppure completamente accessibile, il Premio Dylan Thomas ha sempre cercato di andare oltre il suo nome fondatore. Quest'anno va a un'americana.
La domanda più interessante è cosa dice questa vittoria sullo stato attuale della poesia americana. L'energia nella poesia in lingua inglese in questo momento è difficile da individuare precisamente perché proviene da così tanti luoghi contemporaneamente. La vittoria di Debevec-McKenney è un punto dati in quel paesaggio, non un verdetto.
L'opera raccolta di Dylan Thomas rimane il miglior argomento del perché il suo nome appartiene a un premio letterario. Non perché la sua vita fosse ammirevole — non lo era, notoriamente — ma perché le poesie chiedono alla lingua qualcosa che pochissimi scrittori le hanno mai chiesto. Se la poesia di Debevec-McKenney condivide quella qualità di esigenza, non posso ancora dirlo con sicurezza. Attendo la lettura con interesse.